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Newsletter che funziona? 10 regole da usare subito.

Newsletter e email marketing sono oggi tra gli strumenti più diffusi: hanno infatti la capacità di raggiungere un enorme numero di persone e di poter essere realizzati con risorse minime, offrono quindi un servizio utile ed economico allo stesso tempo.

Per cominciare ecco qualche dato Nielsen 2013 circa la fruizione delle newsletter da parte degli utenti del web, ricavato da un campione di 1000 utenti italiani (uomini e donne) che nel mese di aprile 2013 hanno utilizzato abitualmente internet e nello specifico le email. Possiamo iniziare col dire che in media gli utenti ricevono circa 30 email al giorno e che le email più numerose sono quelle da parte di siti che offrono acquisti on line.

Premesso ciò l’analisi evidenzia che:

–       il 52 % del campione intervistato pensa che le email abbiano già sostituito la posta tradizionale

–       il 53% controlla le email 6 o più volte al giorno durante La giornata lavorativa

–    al 49% degli intervistati piace rispondere a questionari che lo profilano e gli permettono di ricevere email personalizzate

–     c’è anche un 5% che apre (da dispositivi mobili) anche le email ricevute da mittenti non conosciuti se deve riempire un tempo morto

–       in generale l’offerta e le spese di spedizione gratuite sono i key driver più importanti.

–     l’argomento legato ad interessi professionali e l’avviso di scadenze o date importanti sono elementi di forte interesse per più del 40% delle persone

Ma i dati più “succulenti” sono i seguenti (ricavati da Nielsen attraverso un esperimento di eyetracking):

–       dal momento dell’apertura l’utente dedica in media 51 secondi a scansionare visivamente tutta la newsletter

–       solo il 19% legge interamente una newsletter

–     il lettore in realtà scansiona visivamente saltando quasi sempre il testo introduttivo (solitamente quello che ha richiesto l’impiego di più tempo)

–       l’utente legge le prime parole di ogni riga partendo dalla sinistra

A questo punto è necessaria una riflessione: sappiamo tutti molto bene quanto possa essere affollata una casella di posta. La sfida quotidiana dell’email marketing è proprio quella di vincere sul mercato dell’attenzione e riuscire a coinvolgere l’utente.

Vediamo come deve essere una email /newsletter per “agganciare” il lettore e soprattutto farlo sentire parte di una comunità anche quando si tratta dell’ultimo iscritto:

·         semplice e chiara

l’utente deve comprendere subito l’argomento di cui tratta. Il lavoro più grande lo fa il titolo che deve essere accattivante e invogliare il lettore ad aprire il contenuto e iniziare la lettura: cerchiamo di farlo stare per intero in una riga evitando così il troncamento e la comparsa dei puntini di sospensione. Il testo poi va strutturato per blocchi e vanno evidenziate in grassetto le parti fondamentali (o le frasi chiave) in modo da facilitare la lettura veloce e far individuare subito il focus del messaggio.

·         breve

Non esiste una regola precisa ma ricordiamo che nessuno ha troppo tempo da dedicare alla lettura di un messaggio eccessivamente lungo. Se si hanno molte informazioni da dare si può strutturare il messaggio in modo da rimandare l’utente ad esempio ad una pagina del sito per approfondire e avere informazioni più dettagliate.

·         nuova e personalizzata

A nessuno importa investire il proprio tempo per leggere cose già note: meglio sempre offrire contenuti freschi e soprattutto originali. Inoltre, tutte le volte che vi è possibile sfruttate dei semplici plug in che permettono di inviare e-mail che cominciano salutando il lettore col proprio nome.

·         scritta bene

Anche se si affrontano argomenti di tipo tecnico è fondamentale che la scrittura, e di conseguenza la lettura da parte dell’utente, sia fluida. La persona dedicata a tale attività dovrebbe avere conoscenza delle regole generali di scrittura e usare un linguaggio brillante ed espansivo che mantenga costante l’attenzione del lettore affinchè non abbandoni la lettura prima della fine

·         gratuita

Riuscire a farsi pagare per inviare una newsletter risulta ad oggi una delle cose più difficili: se proprio lo ritenete giusto optate per una versione light gratuita e una versione completa a pagamento. Questa dovrà contenere informazioni preziose ed esclusive per l’utente. Normalmente si preferisce chiedere al navigatore informazioni necessarie alla sua profilazione – anzichè il pagamento di una somma – a fronte della possibiltà di scaricare un contenuto utile e originale. In questo modo sarà possibile per l’azienda conoscere le caratteristiche del target di riferimento e inviare email sempre più personalizzate e basate sulle esigenze del suo pubblico.

·         contenere immagini

un testo affiancato da immagini o infografiche risulta sempre più interessante di uno che ne è privo . Le immagini devono aiutare a focalizzare un argomento particolare o ad esemplificarlo. Teniamo presente che a volte un’immagine rimane più impressa di una frase o di uno slogan. Ovviamente l’utilizzo di immagini è sconsigliabile nella versione breve della newsletter ed è in ogni caso sconsigliato inserire di più di due immagini.

·         contenere esempi

risulta molto utile per il lettore l’utilizzo di esempi per spiegare un nuovo servizio o anche per esporre un’argomentazione, e, quando possibile, fate riferimento a fatti. Inoltre, soprattutto se all’interno dell’e-mail viene promosso un prodotto o un servizio, è buona norma riportare almeno un caso di cliente soddisfatto, citando le sue stesse parole, dopo aver ottenuto il consenso.

·         contenuto utile

ricordiamoci sempre che gli utenti sono più disposti a leggere un contenuto informativo piuttosto che pubblicitario. Se dovete promuovere un prodotto fatelo all’interno di un discordo più ampio attraverso il quale avete approfondito l’argomento relativo e dato informazioni interessanti: l’utente in questo caso sarà più propenso ad acquistare il prodotto proprio perché da voi ha ricevuto materiale coerente e a lui utile.

·         veloce nel download

è consigliato inviare email in html viste le potenzialità espressive e quelle offerte dalla grafica: fate attenzione a non appesantirla eccessivamente in modo da evitare rallentamenti che potrebbero portare il lettore ad abbandonare l’apertura.

·         interattiva

fate in modo che in calce alla e-mail non manchino mai i riferimenti del sito e della società, ma cosa fondamentale è inserire sempre i pulsanti di condivisione collegati alle diverse piattaforme social: in questo modo sfrutterete in pieno la viralità del passaparola

La newsletter si dimostra sempre più un efficacissimo strumento per:

1) Fidelizzare gli utenti di un sito

2) Aumentare il pubblico di riferimento

3) Generare profitti

Chiunque gestisca un sito e vuole farne un punto di riferimento nel web deve mettere in conto di realizzare e pubblicare una newsletter, visto che oltretutto aiuta ad incrementare la conoscenza del brand e dei prodotti che si offrono a fronte di un costo molto contenuto.

Se vuoi il nostro supporto per impostare una newsletter efficace 

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CRM

CRM & DEM: l’unione fa la forza!

CRM è l’acronimo di Customer Relationship Management e DEM invece sta per Direct E-mail Marketing: chiarito questo – anche se per molti di voi non ce ne sarebbe stato bisogno – ci piacerebbe in questa sede esplorare più da vicino questi due “strumenti sacri” del marketing e renderci conto del perché insieme sono una vera potenza.

Partiamo dal CRM che in estrema sintesi potremmo definirlo come il contenitore di tutte le caratteristiche e le esperienze condivise con i clienti effettivi e potenziali. Il presupposto di base è avere un database di contatti “pulito” (con informazioni complete e correttamente compilate) oltre che ben strutturato, in modo da poter classificare e profilare i contatti sulla base delle esigenze di business dell’azienda. Ciò cui ambisce un’azienda infatti è la conoscenza esaustiva dei segmenti chiave di consumatori (il cosiddetto target) per poter studiare poi specifici piani di comunicazione e soddisfarne i bisogni.

Il panorama concorrenziale è sempre più aggressivo in ogni settore e sono sempre maggiori le opportunità di comunicazione ed interazione multicanale con la clientela: il CRM ha proprio lo scopo di seguire nel tempo le mutazioni della customer base integrando continuamente nuove informazioni di profilo e storicizzando il comportamento d’acquisto, al fine di collocare il cliente nel cluster corretto.

Attraverso un buon uso del CRM infatti si è in grado di fidelizzare il cliente, ma soprattutto conoscerlo, capire e prevederne i bisogni, capirne i tempi e rispondere prontamente alle sue segnalazioni. Il cliente è sempre al centro del processo di comunicazione e di relazione: un singolo individuo al quale rivolgersi in modo mirato e personalizzato per ottenere una risposta misurabile e quindi sempre migliorabile nelle iniziative successive.

Per quanto riguarda il DEM (Direct E-mail Marketing) si intende invece l’intero processo di comunicazione targettizzato via e-mail a gruppi di utenti pre-definiti.

La parte più importante e difficile consiste nel definire il più correttamente e specificatamente possibile il target cui andare a comunicare, in seguito scegliere un messaggio mirato e focalizzato sulle sue necessità e/o bisogni, ed infine analizzare i risultati. Tanto per fare alcuni esempi: qual è la percentuale di click ottenuti, quanti sono gli accessi generati, chi ha visto cosa (tracking), quante e quali opportunità commerciali ne derivano. Tutti questi dati aiutano ad acquisire consapevolezza circa i risultati raggiunti e aumentare l’efficacia dell’intero processo traducendo i dati in azioni specifiche.

Una volta implementati questi due strumenti (CRM & DEM) bisogna che lavorino in sinergia per ottenere il massimo da entrambi: il primo elemento chiave è sicuramente l’interazione. Questi due mondi devono infatti dialogare reciprocamente tra loro in modo regolare perché insieme generano un sistema complesso di flussi di informazioni che rappresentano una solida base da cui partire per pianificare tutto il marketing operativo, avendo a disposizione informazioni strategiche per le attività di promozione e vendita: 

– gestione di nuove campagne

– engagement

– up e cross selling

– costruzione di prodotti orientati alla clientela

– azioni di retention e fidelizzazione

Questo vuol dire anche poter profilare e fidelizzare gli utenti coinvolgendo anche gli strumenti social a disposizione per un’interazione più immediata e soprattutto che sia in entrambi i sensi. 

Possiamo dire che una gestione integrata di CRM e DEM permette all’azienda di gestire la comunicazione multi-canale a tutti i livelli e la mette in grado di monitorare, analizzare e relazionare quotidianamente l’azienda con i suoi consumatori, a fortificare e moltiplicare l’efficacia di entrambi gli strumenti, traducendo le opportunità generate su un determinato target in opportunità sul singolo.  E tutto ciò le permette di massimizzare il ritorno sull’investimento.

In uno dei prossimi post andremo ad esplorare le regole per strutturare una newsletter di sicuro successo per un’azione di Direct E-mail Marketing efficace.

Se vuoi un aiuto per sfruttare al massimo le potenzialità del tuo CRM o strutturare un piano di Direct E-Mail Marketing  

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brand_reputation

Brand reputation e crisis management: cosa fanno le aziende? Alcuni casi

Brand reputation è in senso generale l’opinione che le persone hanno di una marca ed in senso più ampio di un prodotto/servizio: si tratta per lo più di una percezione estremamente soggettiva. Negli ultimi anni, soprattutto grazie ad internet e allo sviluppo dei social network questo concetto ha assunto un’importanza fondamentale assumendo un ruolo cardine nella strategia di marketing aziendale. Il social web infatti sta aiutando molte persone a comprendere quanto potere hanno sulle aziende. Giustamente piu’ e’ semplice per le persone trovare e condividere le informazioni, e più le aziende si trovano in una specie di trasparenza forzata e sono costrette a comportarsi in modo piu’ etico, e comunque a rispondere alle azioni sollevate in rete. 

Quello che viene oggi amplificato dai social media in fondo è sempre esistito – basta ricordare la Shell che rinunciò ad affondare una piattaforma a largo dell’Inghilterra dopo un boicotaggio da parte dei guidatori inglesi, e la Nike che ha modificato le regole per l’assunzione dei dipendenti dopo il bailamme scoppiato a proposito dei bambini che cucivano palloni – il fatto è che oggi avviene tutti i giorni e con grandi numeri. Le grandi aziende non possono più permettersi passi falsi e per il consumatore finale tutto sommato questo è un bel vantaggio.

Grazie alle caratteristiche proprie dei Social Network, è più facile oggi più di prima trovarsi coinvolti in una potenziale crisi aziendale, che può annidarsi ovunque e in ogni momento, nei commenti che generano discussioni, nei passaparola: il tutto si sviluppa nell’arco di poche ore, proprio come fa uno Tsunami che arriva (quasi) improvviso, devasta in poco tempo e le ripercussioni si vedono sul lungo periodo. E’ il caso di precisare che non sono sufficienti alcuni commenti negativi su una pagina Facebook (o qualche cinguettio su Twitter) per distruggere la reputazione di un brand stimato; lasciare però spazio a commenti denigratori o allusivi, o peggio ‘non comunicare’ o comunicare il malo modo, può, alla lunga, minare la fiducia anche nel più affezionato fan. Ascoltare diventa quindi il primo importante atto da compiere.

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Alcuni casi ci aiutano a scrivere i capitoli dedicati al crisis management in rete: possiamo ricordare quello di Patrizia Pepe, azienda di moda fiorentina, e la campagna stampa “Where is Patrizia?”. A scatenare la crisi, alcuni commenti sulla bacheca di Facebook, che sottolineavano la troppa magrezza di una modella fotografata. E’ seguito un botta&risposta abbastanza concitato sia su Facebook che su altri social, primo fa tutti Twitter, attraverso i quali l’azienda, presente, attiva e recettiva, naturalmente ha detto la sua, ma a tratti in maniera supponente e arrogante. Più che gestire, sarebbe il caso di dire che ha subito la crisi, approcciando in maniera sbagliata, tanto da essere indicata come il primo caso di “anti-social media management”. Ad ogni modo al termine di tutto, il team che si occupa della comunicazione ha deciso di rilasciare pubblicamente tutti i dati riguardanti il passaparola che si è scatenato in rete, con l’obiettivo di restituire qualcosa di utile alla community dei professionisti/appassionati di social media e alle aziende che si troveranno a gestire situazioni simili. Chapeau per questa scelta.

Un caso analogo ma con epilogo decisamente diverso, è quello dell’azienda Loft, una linea di abbigliamento di Ann Taylor, che di fronte all’accusa che un certo modello di jeans andasse bene solo per le modelle ha replicato pubblicando le foto delle donne del proprio staff che indossavano la nuova collezione.

La maison Versace invece, dopo le proteste su Facebook, ha deciso di chiudere la bacheca, presa di mira da alcuni attivisti che hanno accusato l’azienda di utilizzare una tecnica chiamata sandblasting, dannosissima per i lavoratori. In questo caso il brand, anzichè rispondere e ribattere alle accuse, ha deciso di “chiudere” la bacheca, fino a quel momento aperta ai fan che potevano postare liberamente, e di cancellare i post scomodi.

La reazione di Petit Bateau ci insegna invece come sia possibile una buona gestione della crisi. I fatti raccontano che l’azienda francese, leader nel settore abbigliamento per bambini, lo scorso 2011 ha lanciato sul mercato due tutine da bebè una declinata al femminile e una al maschile, entrambe grigie ma riportanti, stampati, degli aggettivi caratterizzanti ciascun sesso: carina, amorosa, elegante, piccolina, per le femminucce; coraggioso, robusto, determinato, per i maschietti. La rapidità dell’evoluzione è stata spiazzante: la crisi inizia in Francia il lunedi 13 giugno alle 6:43, quando una tale Elisa F. scrive sulla pagina Facebook di Petit Bateau che ha visto la foto di una tutina grigia che riporta parole sessiste enunciando i peggiori stereotipi. E che tutto ciò è patetico.  Già nel pomeriggio alle 19 un blog femminista pubblica la foto dei body incriminati sulla sua pagina Facebook invitando i likers ad esprimere la loro indignazione. Qualche minuto più tardi, la cosa si propaga ad alta velocità anche su Twitter, grazie anche all’hashtag #bodygate. Prontamente il giorno successivo (martedì 14 giugno) Petit Bateau pubblica un messaggio sulla bacheca di Facebook con cui comunica che, pur consapevoli che alcuni clienti hanno reagito alla foto, non ritireranno i body dal mercato perché non li ritengono né lesivi dell’immagine femminile né tanto meno rappresentanti un’immagine femminile alterata. Tre giorni più tardi Petit Bateau pubblica un altro messaggio sulla bacheca di Facebook con il quale invita i suoi lettori a continuare la discussione e ad inviare i loro pareri in uno spazio più appropriato: una pagina creata apposta e chiamata “Entre vous et nous”. Sostanzialmente si dichiarano attenti e desiderosi di ricevere le opinioni di tutti e propone di continuare il dibattito. In questo caso possiamo notaree come l’azienda francese, presente, attiva e recettiva, consapevole di aver suscitato critiche ma sicura dei suoi buoni propositi e della sua buona fede, reagisce e sostiene la sua posizione aprendo le porte al dialogo.

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Questi citati sono casi riferiti a grandi brand conosciuti, realtà che sono sempre sotto i riflettori, e per le quali una ‘crisi’ spesso è da mettere in conto. Ma le crisi possono riguardare chiunque, dalla piccola azienda al singolo imprenditore: ogni crisi è commisurata anche alle proprie dimensioni, al network e al seguito che si ha.

In rete esistono piccole e grandi comunità, chiamiamole tribù, che interagiscono regolarmente tra di loro e con i brand: facilmente possono nascere situazioni che, mal gestite, possono degenerare o sviluppare malumori che non vengono colti per poi sfociare in una crisi. La cosa fondamentale è riuscire a cogliere per tempo i segnali e reagire nel modo appropriato, perché, come disse W. Churchill “Nessun problema può essere risolto congelandolo”.

Se vuoi saperne di più o consigli per rafforzare il tuo brand e prevenire crisi in rete

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Link building: traffico e posizionamento

link_building“Link building” tradotto letteralmente dall’inglese vuol dire “costruzione di link” e si tratta proprio di questo: dell’organizzazione di una rete di link esterni che puntano al vostro sito.

Potremmo considerare i link come una sorta di indicatori stradali all’interno del web che ci aiutano a trovare il sito che cerchiamo, proprio come fanno i cartelli stradali per farci trovare la strada giusta da percorrere per arrivare alla meta. Se questi indicatori sono numerosi e soprattutto disseminati nei posti giusti, sarà più facile che gli utenti arrivino al nostro sito.

Una strategia di link building può avvalersi di tecniche diverse per portare traffico al sito web e fargli guadagnare un posizionamento vincente rispetto alla concorrenza: l’importante è fare sempre attenzione alla qualità di questi link oltre che alla quantità.

Vediamo insieme il significato dei termini più diffusi:

·         Link popularity

E’ l’indice della nostra popolarità nel web: rappresenta la quantità di utenti e visitatori che riusciamo a indirizzare verso il nostro sito attraverso dei link.

Come fare per divulgare e far circolare il più possibile links al nostro sito? Blog, social network e forum sono ai primi posti. Si comincia producendo contenuti interessanti, utili e soprattutto originali (evitiamo il “copia e incolla” che in ogni caso viene penalizzato dai motori di ricerca), e poi si prosegue promuovendo l’articolo (o il video, il post o l’immagine a seconda dei casi) al cui interno sarà presente sempre un link al sito web. Siate sempre attenti alla qualità di ciò che scrivete e/o promuovete e anche alla coerenza dei temi trattati con le aree dove andrete a promuoverli.

 

·         Page rank

E sostanzialmente un voto (da 0 a 10) che viene dato da Google al nostro sito web (più precisamente ad ogni pagina indicizzata) in base a complessi calcoli basati su algoritmi. Questo voto viene elaborato attraverso l’esame dei link in entrata e cresce con l'aumentare del numero di link che puntano alla pagina. A differenza della link popularity (che tiene conto solo della quantità) qui entra in gioco la qualità dei link stessi, prendendo in esame il Page Rank delle pagine da cui proviene il link (che a loro volta devono essere pagine originali e di valore). Quindi potremmo dire che il Page Rank misura l’autorevolezza del nostro sito, e che insieme ad altri fattori determina la posizione della pagina nei risultati di ricerca.

 

·         Web Directory

Rappresentano le biblioteche del web, sono dei portali organizzati per categorie all’interno dei quali orientarsi per trovare quello che cerchiamo. Una directory raggruppa migliaia di siti suddividendoli in aree tematiche ordinate in modo da facilitarne l’uso e la ricerca da parte degli utenti. Può essere preferibile consultare una directory piuttosto che un motore di ricerca quando non si ha la precisa conoscenza di quello che si sta cercando ma si vuole avere una sorta di guida all’interno di una categoria. Far parte di una web directory aiuta a farci individuare dai motori di ricerca e farci salire di Page rank.

 

·         Article Marketing

Fare ‘article marketing’ significa diffondere contenuti on line con un duplice obiettivo:

–      Aumentare il numero di visitatori del nostro sito: attraverso il traffico generato, da una parte miglioriamo il posizionamento sui motori di ricerca e dall’altro incrementiamo la link popularity

–      Migliorare la reputazione on line della nostra azienda offrendo informazioni utili anche su canali diversi da quelli istituzionali come riviste on line, blog, forum di settore

I contenuti sono rappresentati da articoli redazionali attraverso i quali vengono promossi il proprio marchio e i propri prodotti, all’interno dei quali saranno presenti naturalmente uno o più link al nostro sito.

·         Scambio link

Lo dice la parola stessa: è lo scambio di link tra due siti diversi, meglio se con tema compatibile, dove il sito A linka il sito B, e viceversa.

Bisogna fare molta attenzione perché Google Penguin (l’algoritmo che Google usa per valutare il posizionamento dei siti web) penalizza i link manipolati al solo fine di salire di Page Rank, e ancor più perché potreste incappare in alcune fregature. In particolare va valutato con attenzione se:

–      il sito che vi linka ha un page rank elevato? Cioè è una pagina gradita a Google quindi il fatto che vi linka è apprezzabile? Controllate regolarmente.

–      è un sito con numerosi link in uscita? Il page rank diminuirà di conseguenza.

–      che tipo di traffico arriva al vostro sito? Controllate regolarmente anche questo, perché spesso accade che le pagine contenenti scambio link siano in genere poco visitate.

 

·         Acquisto link

L’acquisto di link dietro un compenso economico, con l’intento di generare traffico, è una pratica usata per molto tempo da molte persone, anche con un discreto successo devo dire. Con l’avvento di Google Penguin bisogna fare però molta attenzione perché ora il motore di ricerca è perfettamente in grado di accorgersi quando un sito acquista link a pagamento. In Italia possiamo stare tranquilli ancora per un pochino ma non riteniamo utile al giorno d’oggi inserire una pratica di acquisto link all’interno di una strategia di link building perché significherebbe comunque correre il rischio di ricevere un avviso di penalizzazione da un momento all’altro. 

 

La link building è una delle attività più importanti all’interno della gestione di un sito e va seguita e monitorata con costanza: la consulenza SEO va però affiancata da competenze di digital pr, copywriting e marketing classico se vogliamo che il traffico ottenuto sia di qualità e che il sito salga nei risultati dei motori di ricerca. Inoltre avere un buon numero di link in entrata di alta qualità aumenta la credibilità da parte degli utenti e fa risparmiare su alcuni costi inutili di pubblicità.

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